Caro Francesco,

Ascoltami


Mi chiamo Giuseppe,  e sono un artista.

Il prossimo settembre chiederò a 150 donne nere di stendersi  in terra per divenire un unico corpo. Quest’opera collettiva sarà sintetizzata in un’ immagine fotografica.

Mi piacerebbe condividere con te questo gesto, e vorrei che tu facessi parte di questa visione che occupa i miei pensieri da tempo. Tu, disteso tra queste nude vite. L’origine e la ferita del mondo.

Ho scelto te per riaffermare quell’intimo e millenario legame tra arte e Vangelo, la bellezza del sacro che raggiunge gli animi, palesa le emozioni e si fa messaggio pervasivo e persuasivo, ben oltre qualsiasi parola.  Ora più che mai abbiamo bisogno di una nuova iconografia come immagine del mondo e di un mondo nuovo, nel momento in cui tutto è a repentaglio, in cui la Buona Novella è negata dalla Storia stessa. Questo possibile e credo necessario gesto di riscatto collettivo può passare soltanto attraverso la rappresentazione del tuo corpo, umano e mistico allo stesso tempo, e solo così può divenire un messaggio universale, come universale è stato il martirio di Cristo.

Io mi sto chiedendo, cosa posso fare per creare un messaggio di speranza e sento il bisogno di costruire questa possibilità con te, perché siamo entrambi mossi da qualcosa di più grande di noi, che ci spinge ad aver cura dell’altro, della sua meravigliosa fragilità. Siamo entrambi testimoni di bellezza e di verità, attraversiamo l’esistenza con passi lontani e diversi ma con lo stesso cuore.

Se questa è la mia missione e tu sei parte di questa visione, come potrei non chiedertelo? E se quest’opera potesse mandare uno dei messaggi più dirompenti di sempre al mondo, e contribuire a cambiare l’ordine delle cose scuotendo le coscienze – come fecero il “3 di Maggio” di Goya e la “Guernica” di Picasso – chi siamo tu e io per impedire tutto questo?

Quanto peserebbe la tua assenza in questa immagine, che non è soltanto mia ma dell’umanità intera?

Non c’è provocazione nella scelta del tuo corpo, la provocazione sta solo nelle sofferenze inflitte alla Natura e ai dannati della terra, nell’ esser costretti o convinti a ritenerle inevitabili, ad accettarle, oscillando tra impotentenza e oblio.

Se anche per un secondo questa lettera potesse metterti in discussione e dall’istante successivo riaffermare più potentemente quello che rappresenti, in quell’istante avremmo forse la possibilità di impedire questo naufragio. E’ in quell’istante che la fragilità delle nostre persone si trasforma nella forza della condivisione.

Ti aspetto, come si aspetta una stagione

Giuseppe